Le piccole persone, de Anna Maria Ortese

Lecture par Francesca Mazza
Durée: 5:20 min.

Una volta, durante l’ultima guerra, quando uomini e bambini cadevano ogni giorno a migliaia, orrendamente mutilati, o venivano uccisi senza pietà, spesso dopo intelligenti sevizie, e, insomma, la terra era divenuta, per opera dell’uomo, un luogo immondo, mi capitò un fatto, di cui per qualche tempo ebbi vergogna, come di una inammissibile stupidità, e di cui solo poco alla volta scopersi e isolai il significato profondo, il valore di simbolo, trascendente le mie stesse modeste intenzioni.

Mi trovavo in un paese del Golfo, privo d’impianti idrici, e solo fornito di pozzi, dove ogni giorno le donne erano costrette ad attingere acqua, che disponevano poi in recipienti di metallo, in cucina, a portata di mano per gli usi più diversi.

Una sera, nella casa dove abitavo, tutti erano già andati a dormire, e io mi preparavo a seguirli, uscivo dalla cucina dove ero entrata per bere, quando non un pensiero, ma qualche cosa di molto più sottile, che potrebbe stare al pensiero come il riflesso di un raggio al raggio stesso, mi costrinse a voltarmi indietro. Senza, dunque, averlo pensato né voluto, ma semplicemente obbedendo a un silenzioso richiamo, tornai indietro, e mi piegai sul tavolo di marmo, a guardare nella conca più piccola, che non era quella da cui avevo tolto l’acqua per bere. Non avevo sbagliato. In un angolo, combattendo ancora, ma molto debolmente, contro la morte, c’era una di quelle farfalle color seta cruda, piccolissime, quanto un chicco di riso, che spesso, la sera, entrano dalle finestre aperte nelle nostre case. Misi subito il dito nell’acqua, e la raccolsi. Essa rimase inerte, come incollata sull’unghia. Sforzando il mio sguardo, per vedere se quella impercettibile creatura fosse o no ancora vivente, scopersi un tenue ondeggiamento delle antenne. Nient’altro. Sempre meccanicamente, andai fino a uno stipo, versai del vino in una tazza, ne presi una goccia sul dito e l’accostai alle antenne dell’insetto. Poi, cominciai ad alitarvi su il mio fiato, e, a quell’umido calore, e all’odore dell’alcool, ecco quelle antenne ricominciare un moto, e quei piccolissimi occhi aprirsi e quelle ali non più larghe di tre millimetri accennare a stendersi. Infine, tutto il piccolo corpo vibrò, e l’insetto cominciò a camminare sul mio dito, finché si fu asciugato. Camminava con una specie di debolezza, di esitazione, trovandosi vivo come per la prima volta: finché, a un soffio più fresco che veniva dalla finestra aperta sulla notte, spiegò del tutto le ali, e si dileguò. Tornai a guardare nella conca, per vedere se ve ne fossero altri, ma non c’era nulla, se non quella immobile, chiara acqua. E andai contenta a coricarmi.

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