Un amore, de Dino Buzzati

Lecture par Cinzia Dezi
Durée: 4:57 min.

 

Ed ecco, mentre Antonio seguiva con gli occhi la esemplificazione di Vassilievski, irruppero da destra i folletti. Al momento lui non se ne accorse nemmeno.

Erano otto ballerine. Dopo essere avanzate a rapidissimi passettini sulle punte, si misero a roteare su se stesse con capriole laterali, poggiando ora i piedi ora le mani, così da fare un giro tondo.

Immediatamente Antonio la vide. Aveva raccolto i capelli a chignon sopra la nuca, anche lei non aveva rossetto, con quella faccia stralunata e diversa che hanno le donne quando si alzano al mattino, addirittura insignificante. Dalla faccia, probabilmente lui non l’avrebbe neanche riconosciuta. E non la identificò neppure per il corpo, che poteva confondersi facilmente con quello delle compagne, di statura uguale e altrettanto smilze.

La riconobbe da quel suo caratteristico portamento, dinoccolato, fiero e dispettoso. Delle otto era l’unica che eseguisse le capriole pressappoco, quasi svogliatamente, senza proiettare verticalmente le braccia e le gambe in alto, con alterna successione, ma accennando appena. Quasi volesse intendere: per me queste qui sono sciocchezze, non è il caso di impegnarsi, io so ben fare questo e altro.

La stava fissando ma lei guardava sempre dall’altra parte. Era lei ma non era proprio lei. Con quella specie di costume che non era neanche un vero costume, cambiava anche l’espressione della faccia. Gli pareva anche più bassa, per via delle scarpe senza tacco.

Lei indossava un pagliaccetto nero con le maniche lunghe, e calze nere di maglia pesante che le salivano quasi all’inguine e non si capiva come potessero star su. E fra l’estremità inferiore della maglia e il bordo delle calze restava scoperta, lateralmente, una mezzaluna di pelle. Non era lei la sola a essersi sistemata così, evidentemente era una consuetudine ammessa. Ma quel lembo di coscia nuda che appariva aveva un senso speciale, un’allusione, un riferimento ad altre cose proibite.

Lei non è in calzamaglia, lei porta un pagliaccetto a maniche lunghe che aderisce alla schiena, al piccolo seno da bambina e al sedere. Sulle gambe un paio di calze nere che la coprono interamente ma di fianco il bordo orizzontale non riesce a combaciare con il limite inferiore della maglia, il quale, per la tensione delle carni, fa una curva. Cosicché una striscia di carne biancheggia fra quel nero. Quasi una provocazione, una civetteria, una strizzata d’occhi, un invito.

Lei, terminate le capriole, gli passerà vicino, a non più di due metri e voltando la testa ora da un lato ora dall’altro lo vedrà, i suoi sguardi gli sono passati proprio sulla faccia ma non c’è stato un guizzo, una modificazione sia pure minima dei lineamenti, un segno di riconoscimento. Come se non l’avesse mai visto prima, come se lui non esistesse neanche.

No. Delle scene, dei costumi, del suo lavoro non gli importava niente. Che andassero a farsi buggerare. Dorigo seguiva lei, sperando che si distinguesse, che fosse più brava. Ma in realtà lei non era né meglio né peggio delle altre, si capiva che avrebbe potuto fare ma ostentava di non averne voglia. Eseguiva neghittosamente il minimo necessario per non rompere l’armonia con le compagne.

Due volte ancora gli passò davanti, e senza dubbio lo vide, ma era come se vedesse il vuoto.

Poi Vassilievski batté forte un piede e fece un cenno con la destra, la musica del piano si interruppe, era segno che il coreografo concedeva una pausa. Ballerini e ballerine si dispersero.

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